I gruppi amici
19 marzo 2010

Nel panorama rievocativo possiamo vantare amicizie prestigiose con gruppi di grande importanza nazionale con i quali collaboriamo attivamente.

TOSCANA

Grifoni Rampanti di Lucca (Impatto pieno), Vergine di Ferro di Livorno (Impatto pieno), Montaperti Magistri Milites Custodes (Impatto leggero), Masnada dei Buondelmonti (Impruneta)

LIGURIA

Oste Malaspiniaensis (Castelnuovo magra)

EMILIA ROMAGNA
Gens Innominabilis di Castel Arquato (Impatto pieno), Compagnia di Mons Jovis di Rimini (Impatto leggero), Compagnia di San Michele di Cesena (Impatto leggero)

LOMBARDIA

Compagnia Unicorno d'argento di Milano (Impatto leggero), Confraternita del Leone di Brescia (Impatto leggero, Sociates Militum Brixiae (Impatto leggero)

PIEMONTE

Exercitus Draconis (Impatto leggero)

Abiti medievali
19 marzo 2010

Nel Medioevo la moda serviva soprattutto per distinguere la classe sociale di appartenenza e poi a seconda del lavoro svolto e dalle condizioni climatiche. Ognuno doveva indossare gli abiti del proprio rango. Nell’ XI secolo in Europa ci fu una rinascita economica e commerciale che determinò dei cambiamenti nella moda dell'epoca. Molti centri italiani fra cui Genova, Firenze e Lucca diventano i maggiori produttori di seta, tessuto per abiti di lusso. In pochi anni l'artigianato italiano, nel settore tessile, assume un ruolo particolarmente importante a livello europeo. Tra XI e XIII secolo la moda italiana risente dell’influenza bizantina. In seguito alla conquista normanna, avvenuta nel XI secolo in Italia meridionale, alle tendenze stilistiche bizantine si unirono le novità della moda francese che modificarono, solo in parte, il gusto dell'epoca. I vestiti della corte comprendevano tuniche in seta, mantelli ricamati in oro, perle, filigrane e smalti. Il guardaroba degli abitanti del regno era diverso.

ABITI FEMMINILI 1200
L'abito femminile era composto da tre capi: la camicia, la tunica (o gonnella) e la guarnacca (sopraveste). La camicia era una specie di sottoveste lunga fino ai piedi solitamente per i vestiti più semplici in lino e cotone leggero. Le donne di alto rango sociale tendevano a impreziosire gli abiti con guarnizioni ricamate o liste di tessuto in frange lungo i bordi e la scollatura, solitamente quadrata. La camicia era priva di bottoni. La moda dei bottoni in oro, argento e pietre preziose nasce in Francia nel XIII secolo e poi si diffonde in tutta Europa. In Italia i bottoni si cominciano ad usare per ornamentare gli abiti nel 1200. Sulla camicia veniva infilata la tunica, un abito lungo, di tradizione bizantina dalle maniche molto larghe, che spesso aveva dei grossi spacchi sui fianchi per lasciare intravedere la camicia sottostante di colore diverso. Le tuniche delle donne nobili erano confezionate in seta, broccati (velluti impreziositi da fili d'argento e d'oro), e applicazioni di perle e pietre preziose. Le donne del popolo e delle campagne non potevano permettersi questi tessuti. Queste ultime usavano lino e cotone, d'inverno si coprivano con abiti in lana. La guarnacca era una sopraveste, aperta sul davanti, con maniche ampie che pendevano fino all'orlo foderate di pelliccia, il pelo era rivolto verso il corpo, mentre il lato esterno era ricoperto di tessuto. Gli abiti femminili erano fermati in vita da cordoncini annodati o cinture di stoffe ricamate e ornate d'oro. Per quanto riguarda i copricapi, il modello più diffuso era la corona turrita, una fascia circolare su cui si appoggiavano merli con applicazioni di pietre e perle. Molto comune era un’acconciatura realizzata con bende o nastri che venivano intrecciati nei capelli. A Venezia nel XIII secolo nasce un copricapo chiamato hennin, a forma di cono rigido, in velluto o in seta, al cui vertice veniva applicato un velo o un pizzo. La novità della prima metà del Duecento è la tunica che si allunga sul dietro sino a formare lo strascico. I capelli sono pettinati con la riga in mezzo e/o raccolti in trecce. Spesso i capelli sono nascosti da un velo di stoffa sulla testa e anche intorno al collo (per le donne sposate).La tunica è l’indumento base. In cotone, lino o seta ha manica lunga aderente al braccio e cade fino a coprire la caviglia. La donna del Medioevo non porta le mutande. Nella seconda metà del 1100 compare una sopraveste, in seta per la nobildonna, caratterizzata da lunghe maniche a farfalla ed era stretta al busto (bliaut). Il collo inizialmente a V viene poi arrotondato o tagliato a quadrato. (Fonte iconografica: Statua alla Cattedrale di Chartres). La gonna tocca a terra e, nel 1200 è arricchita dallo strascico infatti la dama deve raccogliere la gonna davanti e deve assumere una posizione eretta con il busto per poter camminare. Nel 1300 la manica ritorna ad essere attillata e la sopraveste si modella sempre di più al busto e ai fianchi.

ABITI MASCHILI 1200
Gli abiti maschili nei primi secoli del basso medioevo non erano molto diversi da quelli femminili:
La tunica era a tinta unita e di varie lunghezze. Per i poveri la tunica non doveva superare il ginocchio. Essa prevedeva una scollatura a punta sul davanti.
Sopra la tunica veniva messa la guarnacca, sopraveste senza maniche con cinture in metallo o corda. In inverno si usavano lunghi mantelli.
Addirittura, in inverno, portavano un giubbotto di pelle con il pelo verso l'esterno. Nel basso medioevo, oltre al velluto e alla seta, sono in uso anche pelli, pellicce e cuoio.
Le calzature erano in cuoio. I poveri portavano gli zoccoli in legno; i nobili portavano scarpe a punta in tessuto colorato e suolate all'interno. I maschi portavano piccole borse in cuoio legate alla cintura.
L’uomo sotto la tunica indossa calzamaglia e brache. Nel XII secolo le calzamaglie arrivavano fino a metà coscia. Le brache arrivavano fin sotto il ginocchio. Nobili e aristocratici le portavano strette mentre i popolani e i contadini le portavano larghe.
La sopraveste era lunga fino alla caviglia, sale poi fino al polpaccio. Dalla fine dell’XI secolo e fino a tutto il XII secolo ci furono vari stili.
Nel 1300 la tunica è più stretta, si accorcia e diventa più aderente, iniziando a trasformarsi nella cotta.
I capelli sono sempre più corti. Portano un copricapo simile ad una cuffia.

ABITO DA SPOSA/SPOSO MEDIEVALE

Nel Medioevo, in Europa, il vestito serviva soprattutto a tenere il corpo caldo; l'eleganza era messa in secondo piano. Comparirono poi alcuni capi che nel tempo diventarono tradizionali come la lunga camicia di origine araba, le brache e i copricapi di varie forme.
Nel tardo Medioevo e nel primo Rinascimento per gli uomini c’era il farsetto, i calzoni di maglia attillati e vari copricapi.
Per le donne, invece, andava un abito lungo con la scollatura rotonda e una sopraveste senza maniche, ornata e di vari colori.
L’abito da sposa medievale in genere aveva il collo quadrato, ornato da una striscia ricamata; le maniche lunghe e la cintura di stoffa ricamata al busto. Aveva doppie maniche, quella esterna era ampia e lunga e quella interna era stretta. L’abito era lungo fino ai piedi e liscio. Poteva essere di svariati colori non era necessario in tinta unita. Comunque ognuno era libero di scegliere l’abito che gli piaceva e soprattutto in base alle esigenze economiche. In genere l'abito era di colori caldi come il rosso. Una testimonianza di abito da sposa medievale duecentesco si trova all'interno della Casa di Dante a Firenze.
Il primo abito bianco da sposa che si documenta è quello indossato dalla principessa Filippa d’Inghilterra nel 1406. Ma questo non significa che non esistesse già negli anni precedenti.
Un abito da sposa medievale poteva essere anche pesante di seta, cangiante con striature oro o argento; il rivestimento con pagliuzze metalliche.
Può portare i capelli sciolti o con un leggero copricapo. I gioielli erano ammessi ma dovevano essere semplici. Le calzature erano in genere i cosiddetti mocassini medievali che venivano abbinate all’abito per stoffa e colore e dovevano avere un piccolo tacco.

Scritto da Matilde Della Rocca

Fonti bibliografiche:
" Guardaroba medievale" di Maria Giuseppina Muzzarelli

Erboristeria nel medioevo
01 aprile 2010

La storia della medicina nei secoli ha attraversato tante vicissitudini e avuto momenti bui e oscuri. L'arte della guarigione, scopri' nei rimedi della natura una alternativa all'inizio guardata con sospetto, poi sempre con maggior fiducia, fino a sfociare nella
moderna farmacopea. Durante il medioevo i cosidetti medici erano novelli nello studio delle erbe, e il popolo si affidava piu' a quelle donne che legate alla natura conoscevano meglio l'uso di erbe, piuttosto che ai primi con le lore formule magiche piu' consone alla mentalità nobiliare. I rimedi antichi non separavano mai
quello che era terreno cioe' le ricette di erbe con la magia, fatta di
incantesimi dalla parte delle herbane, o di preghiere ai vari santi da
parte della medicina ufficiale legata alla chiesa. Sebbene oggigiorno la moderna erboristeria, possa fare affidamento su un numero di piante notevolmente cresciuto, le conoscenze dei nostri erano ristrette e a volte addirittura ostacolate dalla religione.
Quel poco che si conosceva derivava da approfondimenti di epoca pagana (e a volte per cui praticava la mdicina con questi metodi c'era il reale pericolo di essere tacciati di eresia), in cui il culto delle piante come espressione del sacro non era disgiunto da una ricerca erboristica per quei secoli illuminata. Molte della piante più usate erano anche le più comuni, anche se oggi sono passate in disuso:
- L'agrifoglio (ilex aquifolium) venivano usate le bacche come
purgante e lassativo, oggi sconsigliato per l''azione troppo energica
può dare luogo a fenomeni d'intossicazione.
- Il Biancospino (crataegus oxyacantha) il suo effetto cardioregolatore
si conosce bene anche al giorno d'oggi.
- L'edera (hedera helix) il decotto di foglie si dice fosse un rimedio
contro la follia. Dall'osservazione dei cinghiali che si rotolavano
nell'edera quando erano feriti, si dedusse che le bacche di questa
pianta dovessero avere un qualche aspetto cicatrizzante. Le foglie
macerate nell'aceto si usavano contro la scabbia ed il succo, cotto
nel grasso dell'oca contro le scottature.
- Erica (callina vulgaris) l'utilizzo più diffuso era per curare le
infezioni alle vie urinarie tramite macerazione assieme alle bacche
di ginepro in vino rosso.
- Frassino (fraxinus excelsior) usato più per la durezza del suo legno
ideale per lance e giavellotti,nella medicina popolare, l'utilizzo più
diffuso era fare un letto di foglie assieme a felci per i reumatismi
articolari.
- Giusquiamo (hyoscyamus niger) una delle componenti principali del
cosidetto “unguento delle streghe” che doveva servire loro per
volare. E data la forte presenza di due alcaloidi come la joscimina e
la scopolamina il “volo” era di certo assicurato. Veniva usato come
altre piante simili per scopi non proprio leciti per macerazioni ad
effetto soporifero ed ipnotico.
- Melo (malus sylvestris) il vecchio detto una mela al giorno...
sembra essere confermato dalla moderna erboristeria. Una tisana
preparata con mele, fichi e malva era considerata un toccasana
contro il raffreddore. Dai frutti si otteneva il sidro che mescolato con
erbe veniva utilizzato cntro gli eccessi febbrili.
- Ontano (alnus glutinosa) l'utilizzo più comune era quello della sua
corteccia, ricca di sostanze tanniniche per sciacquatura della
bocca, delle tonsille e della gola in caso di infiammazioni.
- Sorbo selvatico (sorbus aucuparia) veniva usato per le sue qualità
diuretiche, astringenti ed antiinfiammatorie. I frutti venivano tagliati
ed essiccati al sole. Legato alla tradizione montanara, vi ea la
tradizione di porre dei rametti di sorbo a “protezione” vicino al latte
e al burro, uniche ricchezze per quelle genti, contro il demonio.
- Tasso (taxus baccata) detto l'albero della morte, data la velenosità
delle sue foglie, era cara alla medicina “alternativa” delle herbane,
che in caso di bisogna potevano procurare l'aborto con l'uso delle
sue bacche. Il suo uso principale era però altro, il suo legno
resistente e flessibile ne fa lo strumento principe per la costruzione
di archi.
- Verbena (verbena officinalis) Si credeva che sfregata sul corpo
potesse esaudire i desideri, facesse sparire la febbre e fosse un
ottimo antidoto conro il morso dei serpenti. Masticata era
considerata un buon sistema contro il mal di denti.
- Vite (vitis vinifera) oltre al conosciuto e parecchio apprezzato
utilizzo come generatrice della bevanda più amata al mondo, la vite
era conosciuta per alcune interessanti particolarità: Il liquido che
cola ai tralci durante la potatura primaverile, chiamato “il pianto
della vite” era usato come collirio e contro le affezioni cutenee. I
pampini sciolti in bevanda erano efficaci contro gli svenimenti delle
donne in gravidanza.

Qualche esempio di cura
- Recetta per fare orinare(Questa e' una classica ricetta per una cura puramente medica):
Recipe radice de boinache et lavale bene et
poi tritale et metteli in infugione per
ventiquattro ore nello miglior vino che possi
avere. In doi boccali de vino ci metterai doi
libre de radice et, comme saranno state
ammollo ventiquattro ore, le caverai et
colarai quel vino et lo farai bollire tanto che
rientre una bona foglietta et la matina
per scambio de siroppo, ne darai a bevere
un bicchierino al patiente sin che ce ne sara'
et e' provato.
Boinache= Bulinaca (Ononis spinosa l.)
Libre = libbra all'incirca un terzo di kg
Foglietta = circa mezzo litro

una ricetta per una cura spirituale:
- Per stagnare sangue in omnia
Dirai cinque volte con cinque pater nostri et
ciinque ave marie queste parole et in omne
ferita: A reverentia de le cinque piaghe :
con cinque segni di croce
Naturalmente i rimedi non riguardavano solo le malattie, ma
servivano per le quotidianita' della vita ed in casi particolari:
Che la donna para virgine
Recipe galla et mirra et falla ben bolire et
lavase con una spongia dentro e fora
Per non esser retenuto in prison
Recipe il primo denaro che se offerisce a la
croce il vennare sacro et portalo addosso
Inguento per la verga
Recipe litargirio, incenso, gomma arabica,
ana, olio rosato, fa inguento a lento foco

Alcune ricette erano riservate all persone che erano ritenute in grado di operare malefici :
Si vis aliquem infirmare ad mortem, vade ad
erbam que vocatur orlogia vel dragondea
vel campana vel propontaria
et collige eam in nomine cuis vis infirmari et dic:
Ego colligo te per isto modo quod sic ego frigam te
in patella, ita quoque confrigat talis et destruatur
et desicetur cor et omnia, membra talis
Sic consumetur ad mortem et perire inigne. Et fac tribus
vicibus

Naturalmente anche gli elementi della natura avevano un peso ed
un significato nelle credenze popolari, es:
- Solleone
Chi si bagna o va a nuotare col soleone prende la febbre terzana
Chi dorma sotto il solleonne resta con la testa pesante
- Il fuoco
Il fuoco da salute: basta esporsi alla fiamma d'inverno e d'estate
appena alzati.
- La pianta del noce
E' una specie di calamita, chi dorma sotto un noce avrà la testa con
il sangue fermo
Naturalmente molte delle ricette ripulite dalle varie invocazioni e
risvolti magici, si sono poi rivelate veramente utili e tuttora usate sia
come rimedi erboristici sia come componenti di medicinali di sintesi.
Se una volta per far calmare il male di testa si masticava una foglia
di salice, adesso la stessa pianta è usata per le più diffuse pastiglie
in commercio a base di acido acetilSALICIlico.
Rimedi come lo spicchio d'aglio per i viaggiatori, è dimostato che
l'aglio è uno dei migliori antibiotici naturali.
Una ricetta contro il sorgere dei mali stagionali che si usa da più di
mille anni e funzione benissimo:
Prendete un manciata di foglie di salvia fresche, le fate bollire in
una tazza di latte. Dopo che il latte bolle da alcuni minuti, si filtra si
unisce del miele e si beve.
Oggi dovremmo ricordarci di ringraziare le Herbane, pazienti donne
che pur affrontando l'odio della medicina ufficiale, ci hanno
tramandato la loro saggezza e conoscenza.

scritto da Guglielmo Guidi di Dovadola

CUCINA MEDIEVALE
19 marzo 2010

Nel Medioevo il primo grande centro di smistamento delle spezie fu Pavia, capitale del regno Longobardo. Ma fu con le crociate che le spezie assunsero un'importanza rilevante. Dal 1200 col ritorno dei Crociati in patria, apparvero nel nostro paese spezie nuove e lo zucchero, le prime si usavano soprattutto per coprire i sapori forti che le carni assumevano con il passare dei giorni infatti in questo periodo la cacciagione veniva messa a frollare. Le spezie usate a partire dal XII secolo sono: i chiodi di garofano, il pepe, la noce moscata,zenzero,cardomano,zafferano, cannella, coriandolo, cumino e galanga ( essenziale per l'ippocrasso ). Erano diffuse un po' in tutte le classi sociali e in molti paesi le spezie e le erbe aromatiche, anche per il ruolo che hanno in campo salutistico. Molto apprezzati erano anche i formaggi come parmigiano,grana padano, caciocavallo, fontina, robiola, marzolino, pecorino sardo e mozzarella di bufala.
L’ idromele è prodotto dalla fermentazione di miele, acqua, lievito ed ingredienti come frutta, erbe e/o spezie. Può essere secco, medio e dolce. Può essere usato come lievito per vino, champagne, sherry. Può essere fatto anche senza alcool. L'idromele è la bevanda dei Celti, il popolo variegato che viveva in gran parte dell'Europa prima dell'arrivo dei Romani, dall'attuale Lombardia fino all'Irlanda passando per la Francia ( Galli ). Un’altra bevanda medievale è l’ippocrasso, vino rosso speziato. La bevanda dei guerrieri è la cervogia, attuale birra. Sono tipiche le minestre e le zuppe servite sempre con il pane, si mangiavano carni da cortile, carne suina,ovini, carni rosse, selvaggina, uova e formaggi. Oltre alla carne, si mangiava anche il pesce come storione, salmone, anguille, sarde e pesce di palude come le rane. Per far si che la frutta acerba maturasse lentamente si usava la cera; si essiccava con il sale la carne e il pesce per avere scorte e anche per commerciarla. La patata, il pomodoro, il mais, il cacao e i frutti esotici, i peperoni, e i fagiolini verdi arrivarano da Nuovo Mondo dopo il 1492. Come verdura esisteva cavolo bianco, cipolla, zucca, fave, lenticchie, fagioli dall'occhio , ceci, rosa, cetriolo, melone, rosmarino, ceci, anice, invidia, girasole, la lattuga, il farro, il puleggio, il prezzemolo, il sedano, il finocchio, la menta, le bietole, malva, carota, bietolone, cavolo-rapa, cipollina, porro, rapanello, scalogno, piselli, rucola, cumino, salvia, zucchine, spinaci, cereali e frumento. Per condire si usava grasso animale, miele, aceto e/o agresto; l'olio era pregiato poi comparve il burro. Usava molto accostare il dolce al salato. La pasta diventa sinonimo di tradizione e semplicità. Gli italiani nel mondo saranno riconosciuti come "mangia maccheroni". Già nel XIV secolo nel Decameron di G. Boccaccio si parla di pasta, cibo già diffuso e comune nel Medioevo, che qui diventa simbolo di abbondanza alimentare. Così i maccheroni, divenuti sinonimo del popolo ignorante che se ne nutriva, danno il nome ad un genere letterario che è quello della poesia maccheronica."Nel XIII secolo fa la comparsa anche la pasta filiforme, i cosiddetti vermicelli"; la pasta secca e/o pastasciutta veniva commerciata dalla Sicilia ma la troviamo registrata anche nei porti di Pisa e Genova fra XIII e XIV secolo.3 Per cucinare si usava fuoco e brace. Nel nostro periodo si mangiava tutti insieme a tavola, formata da tavolette messe sopra dei cavalletti. Non veniva mai messa una sola tovaglia ed esse erano di lino bianco. Si sedeva su sgabelli e panche. Per mangiare si usavano le mani per la cacciagione( solo tre dita pollice, indice e medio ). I tovaglioli erano poco usati, in genere si lavavano le mani prima, durante e dopo i pasti in acqua tiepida alle erbe aromatiche e/o si pulivano le mani ai bordi della tovaglia. Esistevano già le posate in legno,bronzo o ferro a seconda della ricchezza della tavola. La forchetta comparve solo nell'anno mille, prima era considerata elemento diabolico. Sempre a seconda della ricchezza si usavano piatti in terracotta, legno, peltro e ceramica. Durante i pasti intrattenevano con spettacoli di musica e danza.

scritto da Matilde Della Rocca

Fonti bibliografiche:
1 "Mangiare medievale" di Rosella Omicciolo Valentini dell'edizone Penne e Papiri
2 "Anonimo toscano"
3 "Medioevo sul naso" di Chiara Frugoni editori Laterza

15 agosto 2014

SIGNOR SENSA PIETANSA, UDIT' HO DIRE

Signor sensa pietansa, udit' ho dire,
deve tosto fallire,
e vana divenir sua signoria.
Sensa pietà, mia don[n]a, siete sire:
penser ho di partire
me' cor e mente da tale follia,
ché solo v'ingegnate me schernire;
tempestar e languire
e tormentar mi faite nott' e dia;
talor mostransa faitemi 'n servire,
ma non pote granire,
sì come fior che vento lo disvia.
L'albor' e 'l vento siete veramente,
ché faite 'l fror: potetelo granare;
Poi faitelo fallare,
e vana divenir la mia speransa.
Deo vi lassi trovar miglior servente,
e me signor che saccia meritare:
ché tropp'è greve amare
lo mio, se per servir ho malenansa.

LO FERMO INTENDIMENTO, CHED EO AGGIO

Lo fermo intendimento, ched eo aggio,
porto 'nfra vene sì celatamente,
che quei che da me più creder lo sente,
ne sa altrettanto quanto 'l più selvaggio.
E regna in me sì vertudiosamente
Amore, che 'n tal loco, u' lo cor aggio,
mi fa stare, ché certo non saggio
seria, se stesse senza forza niente.
Tal è lo convenente.
O bona gente, per Dio, non guardate
d'Amor, ché 'n veritate
pien è d'erro', che 'n gio' m'ha dato pene,
e di tale mi tene - innamorato,
che eo da lei son neente amato:
signor senza pietate,
che già non è tra cui mi ten servente
e grave senza colpa penetente
Tant'è savere in lei con grande onore,
e gran beltà ch'affina canoscenza,
ed umiltà ch'adorna la piagenza,
che non si cred'ella che per amore
ma' metta sua vertù a mia potenza,
a voler prender loco in tale core,
che non si vòle a compagna valore:
ha 'n tale core Amor sua convenenza.
Certo non ha valenza,
né gentilezza, come dicen manti,
che vòle usare avanti
ignoranza ch'entrare in cor gentile:
troppo tornerà a vile - gran carezza,
ed in bassanza la sua grande altezza.
Ben doveriano erranti
andar li boni, poi che'n sconoscenza
tornano Amor, che fu lor mantenenza.
Però di questo tanto mi dispero,
ch'eo no so' bon per nessuna mainera,
e le mie pene nente m'alegera,
e fami stare in tal loco crudero
[ . . . . . . . ]
[ . . . . . . . ]
[ . . . . . . . ]
[ . . ] che sovente vi fèro,
com'a nemico m'è mostrata cera:
che, meglio che non era
in qua dirieto Amor gentile e puro,
per certo m'asicuro
ch'egli seria, se in madonna intrasse,
ed in gio' ritornasse - le gran pene
[ . . ] che lo me' cor sostene.
Ed eo altro non curo
se non di lei servir, ch'è luce e spera
che 'n tutto de l'amor no mi dispera.
Entra in madonna, Amor, ch'è 'n gentil loco
e pàrtiti da volontà non fina,
di tutto bella troverai regina,
e sì n' afinerai com'oro al foco:
che noi vedem che d'om'che s'ataupina,
già no li piace solazzo ne gioco,
e chiamasi contento d'uno poco:
tale natura ha volontà meschina,
e sì ti parrà fina.
Amore, se risurgi la mia mente,
così forte seguente
ti parraggio, che farai acordanza
con lei di darmli amanza. - D'ella faccio
non folle pensare a star selvaggio,
di lei nascosamente,
che mi diven com'omo che camina,
che cela l'ora a tal che seco mina.
Tal non credea che fosse convenenza
che in voi m'intendesse sì corale
e ben savesse come Amor m'assale:
già non sa bene di me riprendenza,
ch'eo non sono innamorato tale,
ch'eo da voi mai faccia partenza.
Mercé, madonna, aggiate provedenza
d'alleggiar lo meo gravoso male,
da che poco mi vale
lo pur tanto chiamare voi merzede.
S'eo fosse om' senza fede
dovreste aver mercede - [ . . ]
alquanto de lo molto meo tormento.
Ben aggio speramento - non fi' grave,
ché lo meo cor crede
farà acordanza Amor fina 'guale
d' intrare in vostro core naturale.

TUTTORA AGGIO DI VOI RIMEMBRANZA

Tuttora aggio di voi rimembranza
e disianza, - donna mia valente.
Tuttor mi membra e disio vedere
la piacente beltà, donna amorosa,
che 'n voi fa porto con tutto savere,
cera avenente, fresca e grazïosa.
La rimembranza tenemi in piacere,
e lo disio in gran pena angosciosa,
s'eo non vi veo, disiato amore,
in cui lo core - tegno con la mente.
Quando vi veo, donna, in cui speranza
tegno, con tutta fina benvoglienza,
aggio allegranza, gioia e beninanza
e donami valor con gran piacenza
la vostra sovrangelica sembianza,
che 'nver' me faite, senza percepenza
de li noiosi e de li mal parlieri,
che [ . . ] - parlan malamente.
Poi de' sembianti tant'aggio allegrezza:
ben averia, se osass'ella mostrare.
Lo mio disio fermat'ho 'n tale altezza,
che di gran gio' viverò senza pare.
Pregovi per la vostra gentilezza
che non vi spiaccia lo meo innamorare.
Quanto mi donerete più podere,
meglio servére - vi porò sovente.
Entr'a lo cor m'intrao con tal dolzore
lo primo isguardo di voi, donna mia,
che m' infiammao di tanto fino amore,
che monta in me così ciascuna dia,
che in nulla guisa, donna di valole,
a compimento contar lo porìa
lingua che parli; tant'aggio abondanza,
servando amanza - ver' voi lealmente.
Ben mi laudo d'Amor, che m'ha donato
voler cotanto altèro intendimento,
che m'ha di tale donna innamorata,
ched è somma di tutto piacimento.
Poi che sì altamente m'ha locato,
faccia che piaccia lo meo servimento
a quella ched in sua balia mi tene,
e la mia spene - v'aggio interamente.
Pucciandone Martelli, Madonna, vo' isguardando senti' amore
Madonna, vo' isguardando senti' amore,
che dentro da lo core
mi fue molto piacente,
cotanto umilemente
inver' me si mostrao.
Ver' lui mi misi a gir con gran baldore,
credendo aver bonore
da lui, al meo vivente.
Ello veracemente
di voi m'innamorao,
e bene m'onorao
di tanto, che'n altura
mise in me la mia cura;
e, quando m'alacciao,
credetti che facesse a voi volere
ciò che mi fosse gioia e gran piacere.
Da poi ch'Amor non vòlse ch'io avesse
da vo' grande allegresse,
né gioco né solaccio,
meraviglia me faccio
che m'ha così ingannato.
Ora ver' me vi fa mostrar ferresse
e grandi crudelesse:
e no mi fe' minaccio,
quando mi mise il laccio,
Und'eo sono allacciato,
e sì preso e legato,
che già mai, al ver dire,
no mi poria partire,
tanto m' ha innannorato,
ch' a lo mio vivente soffriraggio
lo male e 'l ben che da voi, donna, avraggio.
Amor, poi ch' a madonna tormentare
mi fai come lo mare
quando, di gran tempesta,
a la nave non resta
di dar gravoso afanno,
altrui non aggio, cui mi richiamare,
se non te, che scampare
mi puoi d'esta molesta
e darmi gioia e resta
di tutto lo meo danno;
che certo grande inganno
ha' dimostrat'e fatto.
Ma poi mi n'ha' trasatto,
ristaurar come fanno
li bon signori a li lor bon serventi,
che gugliardonan li lor servimenti.
Da cui lo nom'è, Amor, tanto avenente
(e tuttor manta gente
aggi' oddito laudare)
non mi dovresti fare
mostrar tant'argoglianza.
A la mia donna, che cura neente,
però che 'la non sente
de le mie pene amare,
fallinee, Amor, saggiare,
ch'aggia di me pietanza
e mostrimi sembranza
d'alcuna benvoglienza;
che da la mia intendenza
aggio bona speranza,
poi m'arai rìstaurato de le pene
e tutto lo meo mal tornato in bene.
Amor, merzé, a madonna sentire
fa' lo travaglio e l'ire
che per lei aggio e sento:
forse mi darà 'bento,
ch'arà di me pietade;
ched io per me non aggio tanto ardire
ch'eo li le faccia dire:
tant'aggio ismarrimento,
dubitanza e spavento
con gran diversitade,
e le sue gran beltade
temo di riguardare,
per non voler mostrare
altrui mia volontade.
Se tua vertude, Amor, no mi n'aiuta,
d'ogn'altra parte ho mia rason perduta.

SIMILMENTE, - GENTE - CRIATURA

Similemente, - gente - criatura,
la portatura - pura - ed avenente
faite plagente - mente - per natura,
si che 'n altura - cura - vo' la gente.
Ch'allor parvente - nente - altra figura
non ha fattura - dura - certamente:
però neente - sente - di ventura
chi sua pintura - scur'ha - no presente
Tanto doblata - data - v'è bellessa
e adornessa - messa - con plagensa,
ch'ogn' ha che i' pensa - sensa - permirata.
Però, amata - fata, - vo' 'n altessa,
che la fermessa - d'essa - Conoscenza
in sua sentenza - ben sa - onorata.