i membri della compagnia

Gherardo Martelli da Pisa è uno dei figli cadetti di una delle piu' importanti e nobili famiglie di mercanti, proprietarie di galee; nato nell'idea politica di allora è e rimane un fervente ghibellino. Cresciuto nell'onta della sconfitta subita da Firenze nel 1222 da sempre avversa la città del giglio. Fin da giovane mostrò la propensione alle armi piu' che al commercio dando grattacapi infiniti in famiglia, specie quando cercava di imparare di nascosto a tirar di scherma e frequentando piu' i soldati di presidio alle mura che non gli studi, disperato il padre si decise ad avviarlo alla carriera militare, ed imparato che ebbe l'uso delle armi prese servizio nella milizia della Repubblica Pisana. Ha vissuto la disastrosa sconfitta subita da Pisa nel 1284 nella battaglia della Meloria, sotto il governo dell’ambiguo conte Ugolino della Gherardesca divenne capitano di un contingente pisano e dovette recarsi alcune volte presso il borgo di Rocca a Palmento per controllare le spedizioni di rame e argento per la zecca di Pisa; qui conobbe Matilde primogenita dei Della Rocca, e se ne innamorò. Si sposano segretamente e dopo una rocambolesca fuga Gherardo Martelli rientra a Pisa dove continua con l’incarico di capitano della sua compagnia. A seguito dell’evolversi del governo di Ugolino in tirannia, con i suoi uomini, Gherardo partecipa agli scontri in città dalla parte dei ghibellini costringendo il tirannico conte Ugolino a rinchiudersi nel palazzo del comune e prendendo parte alla sua cattura. Ad oggi rimane sempre il comandante del contingente della milizia pisana affidatogli.
 

Figlia di prime nozze del signore di Rocca a Palmento un villaggio minerario presso Campiglia Marittima, aveva sempre vissuto in questo villaggio piuttosto isolato, la cui economia è improntata all’estrazione mineraria di argento e rame per la zecca di Pisa. La famiglia assunse il nome quando fu investita del villaggio per conto dei Della Gherardesca in quanto loro vassalli. Il padre di Matilde non avendo avuto figli maschi ripudiò la prima moglie per poter sposare un'altra donna, la quale non perse tempo a imporre la propria volontà a tutti. Unica refrattaria e insofferente al volere della donna era Matilde che fin dall’inizio fu in contrasto con la matrigna; la quale fece di tutto per  combinare un matrimonio d’interesse per la primogenita dei Della Rocca. Il carattere indipendente di Matilde non poteva sopportare una prevaricazione tale soprattutto imposta da una donna che detestava e che prepotentemente le aveva sconvolto la vita; oltre a ciò Matilde era segretamente innamorata di Gherardo Martelli di Pisa figlio secondogenito della famiglia di nobili mercanti della città Alfea, conosciuto in seguito ai viaggi presso Rocca a Palmento che quest’ultimo feceva per conto della Repubblica marinara. Mai e poi mai la ragazza si sarebbe piegata così sposato Ugo in segreto con la complicità di un parroco loro amico, abbandonarono di notte la casa avita di Matilde dirigendosi verso Pisa. Le cose per Rocca a Palmento volgevano al peggio in quanto l'estrazione in quel borgo non era più remunerativa cosicché grazie a questi drammatici problemi economici nessuno ebbe piu’ tempo di pensare ai due innamorati. Ad oggi Matilde Della Rocca segue il suo consorte ovunque vada con la compagnia dell’esercito pisano che gli è affidata un po’ per non lasciarlo solo e un po’ perché non vuole che cada in tentazione con altre donne che frequentano l’accampamento.

Nato nell'anno 1239 a Dovadola ( Forlì ) da Marcovaldo Guidi di Dovadola e Beatrice di Capraia. Ebbe due fratelli : Guido Guerra V° e Ruggeri II°. Già nell'infanzia trovava motivo di discussione con il padre ed i fratelli su l'avere abbracciato da parte loro la fede Guelfa, anche perchè molta parte della sua gioventù la trascorse con il cugino del padre, Simone Guidi di Battifolle, di fede Ghibellina. I contrasti si accentuarono a tal punto che il suo soggiorno presso Simone si fece permanente, a tal punto che nel 1253 partecipò assieme a Novello Guidi di Modigliana all'assedio e la presa del castello di Figline, e nel settembre 1260 si schierava assieme a Simone e Novello nella battaglia di Montaperti. Ottenuta la vittoria continuò a frequentare i castelli di Battifolle e di Poppi, tentando nel contempo una riconciliazione con la famiglia in Romagna, ma i due fratelli si opposerò, e anzi tentarono di escluderlo dall'asse ereditario adducendo velati sospetti sulla reale sua paternità. Sposatosi con Lodovica da Bertinoro una ricca possidente in vigne e case, trascorse un periodo di relativa tranquillità. Nel 1289, trascinato dalla sua fede anti Guelfa, si unì alle truppe di Guido Novello alla battaglia di Campaldino. Al momento cruciale della battaglia, vedendo che Guido si risolveva a lasciare il campo e stava dirigendosi verso il castello di Poppi, ritenendo ormai persa ogni speranza di vittoria, si distaccò dalla riserva e si lanciò nella mischia. Dopo poco, travolto dal numero dei nemici fu sbalzato di sella e lasciato sul campo gravemente ferito al braccio ed alla gamba destri. Riconosciuto attraverso lo stemma sulla cotta da un gruppo di armigeri di Salvatico Guidi dell'esercito Guelfo, fu portato in salvo . Trascorsa una lunga convalescenza a Modigliana, una volta guarito, anche se era dovuto diventare mancino, dovette fare atto di rinuncia ai suoi diritti sul castello paterno dove non gli veniva perdonata la sua scelta di campo. Si ritirò nei possedimenti della moglie a Bertinoro, ma era destino che il suo spirito non avesse pace, mal adattandosi alla vita sedentaria, così avendo saputo che l'unico baluardo ancora fieramente ghibellino esistente in Toscana era Pisa corse a porre al sevizio della causa la sua spada aggregandosi all'esercito della Repubblica.
COMPORTATOSI CON ONORE E SPREZZO DEL PERICOLO FU FERITO GRAVEMENTE DURANTE GLI AVVENIMENTI DI BRESCIA CHE LO COSTRINSERO A RINUNCIARE AL MESTIERE DELLE ARMI RITIRANDOSI PRESSO I DOMINI AVITI. ONORE AL CAVALIERE GUGLIELMO GUIDI DI DOVADOLA

Ugone ha avuto i suoi natali in una famiglia di artigiani di Siena, giovanissimo venne chiamato alle armi quando la sua città scese in campo per affrontare e sconfiggere i guelfi nella alla battaglia di Montaperti, ricoprendo il ruolo di balestriere, questi infatti fin da piccolo dimostrò una propensione speciale nel tiro. Nel fatto d'arme "che fece l'Arbia colorata in rosso" del sangue dei fiorentini potè apprezzare il valore del contingente pisano che ivi prese parte, purtroppo dopo si gloriose gesta in seguito alla sconfitta di Manfredi a Benevento nel 1266, Siena cadde nelle mani del partito guelfo determinando la cacciata delle famiglie ghibelline e tra queste anche quella di Ugone Rindi. Senza più una casa e una patria La famiglia di Ugone conme tante altre si diresse verso Pisa, rimasta unica campiona della causa ghibellina in Toscana, qui Ugone si pose al servizio della repubblica Alfea. Destinato su una Galea nella battaglia della Meloria del 6 agosto 1284 scampa miracolosamente alla cattura dei prigionieri da parte dei genonesi a seguito della disfatta subita dai Pisani. A nuoto riesce a giungere sulla ter-ra ferma e tra mille difficoltà riesce a raggiungere Pisa e a riabbracciare la figlia.
Il clima nella città rossocrociata e fosco e nero e come unica ancora di salvezza si decide di affidare il governo a Ugolino della Gherardesca. Ugone non accetta di servire sotto il governo di chi vedeva come un traditore e decide di farsi passare per morto.
Durante una serata in una taverna però non riesce a frenarsi davanti a degli armigeri che tessevano le lodi del conte Ugolino e scatena una rissa malmenando i disgraziati uomini d'arme, riconoscendo l'errore e scoprendo che quegli membri appartenevano alla compagnia della milizia cittadina sotto il comando di Gherardo Martelli decide di cari-carseli sulle spalle e di riportarli alla guarnigione. Ivi aspettandosi il carcere riceve invece l'offerta di arruolarsi, cosa che accetta di fare.

Figlia di Ugone, unisce ad una notevole forza fisica, la grazia e la bellezza di una giovane fanciulla. Abituata dal padre a combattere come un uomo, diviene ben presto temuta e rispettata anche dai maschi. Abile arciere, sa maneggiare anche balestra e spada, ed è inoltre coltissima cultrice delle scienze. Segue il padre nella fuga dalla Corsica, ne emula le gesta fino a diventare capitana degli arcieri di Aleria, famosa cacciatrice di pirati saraceni e corsari liguri, torna a Pisa con il padre dopo la cessione dell'isola a Genova, si arruola anche lei nella compagnia di Gherardo Martelli, risultando utilissima con le sue conoscenze. Suscita fin da subito l'ammirazione ed il rispetto per la sua forza e bellezza, diverrà famosa per il vezzo di scrivere motti pisani sulle frecce dirette agli odiati nemici gigliati.

A seguito del trattato di Aix del 1262 con il quale la repubblica di Genova e la Provenza si spartiscono il territorio del libero comune di Ventimiglia, la famiglia di Eleonora fugge dalla città rifugiandosi a Pisa. Il padre della fanciulla, forte oppositore dei Genovesi, li combatté strenuamente quando questi, nel 1261, comandati da Lotaringo di Martinengo posero l’assedio che portò alla sconfitta di Ventimiglia e alla spartizione del suo territorio tra la Provenza e la Repubblica Marinara; il padre di Eleonora non potendo sopportare che la sua città venisse ridotta a semplice borgo fortificato di confine di Genova riparò nella città Alfea ove sapeva che avrebbe potuto continuare la sua lotta personale contro la dispotica repubblica ligure.
Eleonora nasce quindi a Pisa pochi anni prima della disastrosa battaglia della Meloria del 1284, nella quale perisce il padre imbarcato su una galera pisana; la notizia sconvolge a tal punto la madre della piccola Eleonora lasciandola orfana giovanissima.
La bambina si ritrova così a vagare per i vicoli della città Alfea rubacchiando e vivendo di espedienti per strada; crescendo impara anche a difendersi nei sobborghi peggiori di Pisa con armi improvvisate e successivamente con una spada arrugginita recuperata chissà dove e da chissà chi.
Un giorno però la ragazza ormai cresciuta ha la cattiva idea di infilare le mani nella scarsella non del solito ignavo mercante, ma in quella di un uomo dai riflessi pronti che accortosi del gesto le blocca il polso; presa alla sprovvista e non aspettandosi una tale reazione rimane per un momento scioccata, divincolandosi riesce a liberarsi e capendo di avere a che fare con un personaggio con cui non c’era da scherzare sguaina la sua vecchia spada arrugginita. L’uomo guardandola per traverso accenna un sorriso beffardo e sguaina anche lui la spada, sentendosi prossima alla fine Eleonora mossa dalla forza della disperazione, che pervade l’animale quando è chiuso in un angolo senza vie di fuga, si getta contro l’uomo in armatura sapendo bene di non avere speranze.
Con facilità disarma la giovane rifilandole un man rovescio con il guanto armato che le fa perdere conoscenza.
Eleonora si risveglia con il volto dolorante e in un locale scuro che viene illuminato dalla luce improvvisa del giorno, una volta che si apre la porta della stanza; colpito dal coraggio della ragazza e dalla sua forza d’animo, il capitano Gherardo Martelli - perché costui era l’uomo che Eleonora aveva tentato di derubare - le offre una soluzione alternativa alla prigione, che la ragazza non può rifiutare, quella di imparare la vera arte della scrima medievale e di metterla al servizio della Repubblica Alfea.